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Un intervento sul servizio delle Iene

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01 aprile 2011 - La lettera è di qualche giorno fa ma, a causa dei numerosi fatti di cronaca che stanno accadendo in questi giorni ad Arese, riusciamo a pubblicarla solo oggi. Ce ne scusiamo con il lettore, il quale potrà constatare come sia stata pubblicata integralmente perché non è nostra abitudine "lavorare di forbici" e Internet ci consente di non avere limitazioni di spazio. Visto il nostro ruolo e la delicatezza dell'argomento, non commentiamo il contenuto e ci limitiamo ad attenerci alla sentenza di primo grado che ha condannato il salesiano per le accuse mossegli, ravvisando anche nel comportamento di due confratelli gli estermi per aprire nei loro confronti un'istruttoria per i reati di favoreggiamento e falsa testimonianza.

Gentile Direttore,
vorrei intervenire per un contributo (forse fuori dal coro) a riguardo della lettera della mamma pubblicata ieri 29 marzo sul suo giornale. Giustamente la mamma è rimasta impressionata dalla reazione “dei salesiani” che appare dalla trasmissione delle Iene. Mi sono chiesto: e se questa fosse l’obiettivo che la trasmissione intendeva ingenerare attraverso astuzie mediatiche? Mi sono quindi riguardato il filmato e mi sono sorte alcune considerazioni che propongo alla mamma e ai suoi lettori.

Considerazione globale: attraverso accostamenti di spezzoni di interviste il conduttore porta gli ascoltatori a convincersi delle conclusioni che lui illegittimamente trae: le vittime esplicite presentate sono il padre della bimba e il salesiano “emarginato”; i persecutori sono i “salesiani”. Ma chi sono in questo caso “i salesiani”? Tutti i salesiani che operano in Lombardia? Quelli che operano a Milano? Quelli che operano ad Arese? Oppure qualche singolo? Perché allora si attribuiscono ai salesiani gli atti persecutori? Considerazioni specifiche: posto che dei singoli salesiani abbiano isolato la famiglia della bambina, che azioni concrete hanno posto in atto per raggiungere tale scopo? Hanno diffidato il padre su qualche giornale? L’hanno diffidato in chiesa? Hanno affisso dei manifesti in Arese? Hanno mandato messaggi ai 20.000 abitanti di Arese? Con quali mezzi? Mi sembra più verosimile l’ipotesi che il padre, in vista della denuncia o dopo averla effettuata, abbia deciso prudentemente di allontanarsi dalla città, dove era conosciuto e dove i salesiani erano (e penso sono ancora) stimati per quello che fanno. Nessuno ha fatto deserto. Al massimo il deserto s’è fatto da solo. Al riguardo i soli salesiani che conoscono la vicenda o ne sono coinvolti si sono limitati, come la maggior parte degli Aresini, a proclamare la loro convinzione sulla non colpevolezza di d. Marco, cosa che, per quanto ne so dai giornali che hanno pubblicato qualche stralcio, è possibile pensare anche leggendo la sentenza e le relative motivazioni.

A riguardo del salesiano “emarginato”: premetto che lo conosco e in linea con le Iene non ne faccio il nome (ma tutti ormai lo conoscono, perché in questi mesi vari giornali l’hanno pubblicato). Don A. qualche anno fa, prima che il caso d. Marco scoppiasse, ha chiesto, per motivi personali, di uscire di comunità e di entrare in diocesi. Secondo la prassi della chiesa il suo superiore ha ottenuto che il vescovo della diocesi desiderata da d. A lo accogliesse e gli conferisse un incarico in una parrocchia. Dopo un anno o poco più (non ricordo bene) da quella parrocchia e diocesi d. A. dovette andarsene e prese dimora a Milano in luogo sconosciuto ai tanti amici o confratelli salesiani con i quali ha vissuto  per quasi cinquant’anni, ma, stranamente conosciuto dal padre della bimba e dalle Iene. D. A. è liberissimo di andare ad abitare dove vuole, ma non è credibile quando si atteggia a vittima, perché oltre al resto, per quanto lo conosco, questa veste non gli si attaglia. Quindi, a mio modesto parere, “i salesiani” (e qui intendo tutti quelli della regione alla quale faceva parte d. A., tolti ovviamente i coinvolti nel caso d. Marco) in tutta la vicenda processuale, sono i soli che si sono comportati in maniera corretta: non sono mai intervenuti sui giornali, come invece altri hanno fatto, per non condizionare minimamente l’andamento del processo. Forse, avrebbero tutelato meglio la loro convinzione sull’innocenza di d. Marco mettendosi sullo stesso piano di scorrettezza degli altri.

Tutte queste mie riflessioni mi inducono a pensare che al padre, ai giornali, alle Iene…non costituisca tanto preoccupazione il bene della bambina, quanto i loro obiettivi che lascio a ciascuno giudicare: delle possibili conseguenze psicologiche, di sviluppo della personalità…o della stessa bimba nessuno parla mai, si lascia tutto sottinteso, all’immaginazione. L’unico accenno l’ho trovato su un quotidiano che all’indomani della sentenza ha riferito che lei e il fratello erano all’udienza in attesa della sentenza (pensavo e speravo che di tutta la vicenda fosse rimasta prudentemente all’oscuro: certamente il padre deve averle trovato una super psicologa per metterla in grado di assistere alla possibile dichiarazione avversa, con il significato che avrebbe assunto). Mi dispiace se sono stato un po’ lungo, ma la pregherei, signor Direttore, qualora avesse l’intenzione di pubblicarmi, di non lavorare di forbici, o tutto o niente: purtroppo ho sperimentato quanto siano deleterie alla verità le sforbiciate.

La ringrazio per l’attenzione.
Roberto Colosio

 

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