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Venerdì 20 ottobre 2017
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Home Rubriche Aresini nel mondo La Malesia di Paolo - Episodio 13

La Malesia di Paolo - Episodio 13

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Per Paolo una settimana impegnativa all'Università, e qualche lamentela per gli obblighi burocratici imposti dalla vita accademica malesiana…probabilmente manca dall'Italia da un po' troppi anni! Oltre alla burocrazia, il nostro inviato speciale si è ritrovato impegnato nelle selezioni degli studenti per l'accesso ai corsi a numero chiuso e nella battaglia…con i macachi per non farsi rubare il cibo alla mensa universitaria!

Kuala Lumpur,  12 maggio 2011 - Queste ultime due settimane all’università sono state veramente piene: esami da sorvegliare e da correggere, riunioni e soprattutto tanto, troppo lavoro amministrativo. La burocrazia qui, almeno quella dell’università in cui lavoro, può essere veramente spaventosa: a volte si fa proprio fatica a capire il senso dei molti documenti che dobbiamo compilare, al punto che alcune riunioni consistono praticamente nel cercare di interpretare il significato occulto di documenti che ci si richiede di preparare... Fortunatamente ci sono altre cose all’Università di Malaya che compensano, cose che mi danno grande soddisfazione e mi fanno capire di essere nel posto giusto, almeno per il momento. Prima di tutto mi piace il campus, grande, verde, un po’ all’inglese: da una parte c’è una grossa collina ricoperta di giungla che include anche un giardino botanico, dall’altra si trova un grosso prato con un laghetto nel mezzo, circondato dagli edifici delle varie facoltà. L’edificio della Facoltà di Lingue e Linguistica, quella in cui lavoro io, non è dei più belli, ma ha il vantaggio di avere un altro piccolo tratto di giungla sul retro da cui spesso si affacciano i macachi, le scimmiette onnipresenti nel Sud-est asiatico.

Proprio a due passi dalla fitta vegetazione si trova la nostra piccola mensa all’aperto, sotto una grossa tettoia, in cui per l’equivalente di un euro e mezzo si può mangiare dell’ottimo nasi campur. Nasi campur, letteralmente ‘riso misto’, non è altro che un self-service in cui assieme all’onnipresente riso bollito si può scegliere tra una grossa varietà di pietanze a base di pesce o pollo al curry e di verdure varie, quasi sempre con un pizzico di piccante, spesso più di un pizzico. E qualche volta arrivano le scimmiette dalla giungla per cercare di arraffare i resti lasciati in qualche piatto, poi scacciate dalle inservienti indonesiane che a volte gli devono lanciare dietro una bottiglia o lattina vuota per farle scappare...L’altra cosa che rende il lavoro piacevole è il contatto con i colleghi, almeno con alcuni di essi, quelli europei che insegnano le lingue del nostro continente (francese, tedesco, spagnolo, italiano, portoghese) e quelli asiatici che insegnano le lingue di questo affascinane continente: giapponese, coreano, cinese, vietnamita, birmano, tailandese e tagalog (la lingua ufficiale delle Filippine). Oltre questi, ci sono poi i colleghi malesiani che insegnano sia queste lingue che l’arabo, la linguistica o l’inglese, oltre naturalmente a Sya e Lynn, le nostre simpatiche segretarie malesi. Ma ancora più piacevole del contatto coi colleghi per me è quello con gli studenti, almeno buona parte di questi, che sono simpatici e in gamba. Ci si diverte in classe, e ci si fa piacevoli chiacchierate quando ci si ritrova in mensa (nella foto ci sono io e tre studentesse cinesi durante la gita a Malacca).
Venerdì scorso è stata una giornata particolarmente interessante all’università. Era il giorno dei colloqui con i nuovi studenti selezionati per il prossimo anno scolastico. Qui in Malesia c’è un sistema di selezione nazionale a numero chiuso, per cui ogni ragazzo che vuole cominciare l’università deve preparare una domanda con una lista di preferenze, partendo dal corso di laurea che gli interessa di più, dopodiché ogni università fa una selezione degli studenti in base ai loro risultati scolastici ed interessi accademici e al numero di studenti che ogni divisione può prendere. Ad esempio per l’anno prossimo le divisioni di italiano e spagnolo potranno accettare solo nove studenti per ciascuna lingua per il primo anno; in generale il numero di studenti per classe tende ad essere ristretto, un po’ sul modello britannico, ed è in parte anche per questo che in confronto all’Italia qui ci sono più possibilità di lavoro in campo accademico, oltre al fatto che l’assunzione è diretta ed il sistema sicuramente più trasparente che nel nostro Paese.
E così venerdì, divisi in tre pannelli, abbiamo intervistato una ventina circa di candidati per lingua. Nel mio pannello eravamo in tre a svolgere i colloqui: la capo dipartimento Dottoressa Thila (di etnia indiana), il mio collega malese Mahadhir, che insegna spagnolo assieme a me, ed io in qualità di coordinatore di italiano. E per alcune ore, uno dopo l’altro, sono passati davanti a noi questi giovani studenti, alcuni freschi di diploma, altri già impegnanti in qualche lavoro in attesa di cominciare l’università (altro punto a favore della Malesia: trovare lavoro, almeno qui a Kuala Lumpur, è relativamente facile per un giovane). Giovani, soprattutto ragazze, simpatici, sorridenti, pieni di energia ed entusiasmo, speranzosi di riuscire ad essere ammessi all’Università considerata più prestigiosa del Paese. La maggior parte di loro di etnia cinese, capelli corvini e lisci (tinte e permanenti a parte), begli occhi a mandorla neri, pelle chiara, nasi piccoli. C’era però anche qualche candidato di etnia malese: occhi più grandi e leggermente a mandorla, naso piccolo e un po’ schiacciato, labbra carnose, lineamenti delicati, pelle di bronzo. Purtroppo nessun candidato era indiano, anche se nel dipartimento di linguistica si vedono vari studenti di questa etnia: tratti somatici molti simili ai nostri, ma oserei dire più nordeuropei che mediterranei, nasi piccoli, grossi occhi di carbone, carnagione e capelli scurissimi. Che bella questa varietà! Faccio veramente fatica a capire chi in Italia cerca l’uniformità più assoluta e ricacci la ricchezza culturale che la diversità etnica porta sempre con sé. Che brutta bestia è la paura del diverso, il razzismo...

 

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