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Home Rubriche Aresini nel mondo La Malesia di Paolo - Episodio 26

La Malesia di Paolo - Episodio 26

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Kuala Lumpur,  3 novembre 2011 - Che disastro queste ultime due settimane! Qui in Malesia muore Marco Simoncelli, il giovane motociclista italiano, mentre dall’altra parte della frontiera, in Thailandia, le acque dei fiumi continuano a crescere e mezza Bangkok è già sott’acqua... Fa impressione, luoghi dove sono stato completamente allagati, templi e monumenti storici che emergono dalle acque come fossero isole... Guardando le notizie alla televisione sulla situazione di emergenza nella capitale tailandese, però, una cosa mi ha colpito: non una delle tante persone intervistate le cui case erano state invase dalle acque del fiume sembrava triste o disperata, ce n’erano alcuni che addirittura sorridevano... Questa forza interiore, questo non attaccamento ai beni materiali, questo accettare la realtà l’ho notata molte volte nel Sud-est asiatico e l’ammiro molto, ammiro questa capacità tipicamente buddista di accettare con serenità quello che non può essere cambiato...

Tra tante disgrazie però anche una cosa bella, la festa induista di Deepavali, la festa delle luci, qui in Malesia giorno di festa nazionale. La festa principale per la comunità indiana, celebrata nelle case e nei templi, ma anche nei centri commerciali della città dove dappertutto si possono vedere addobbi e scritte di auguri, e non manca mai un kolam. I kolam sono dei disegni fatti per terra con farina di riso colorata, un lavoro molto lungo... ce n’è uno anche all’ingresso del centro commerciale sotto casa mia. Poi, finite le feste, un getto d’acqua ed il kolam sparisce, simbolo dell’impermanenza della vita. Quest’anno il giorno di festa per Deepavali era mercoledì 26, anche se gli indiani lo celebrano per tutta la settimana. Io ne ho approfittato per andare a farmi un giro a Putrajaya, una cittadina a 25 chilometri a sud di Kuala Lumpur, facilmente raggiungibile in treno. Putrajaya è la capitale amministrativa della Malesia, un centro abitato costruita dal nulla, un po’ come Brasilia per il Brasile, tanto per intenderci, solo che lo stile architettonico prevalente a Putrajaya è quello islamico, con influenze sia occidentali che indiane. Certo, essendo la Malesia una nazione multietnica magari la sua capitale amministrativa avrebbe dovuto mostrare anche caratteristiche architettoniche cinesi e più propriamente malesi, ma in ogni caso il risultato devo dire è impressionante.

Dove fino alla metà degli anni novanta c’erano solo alberi, ora c’è un’intera cittadina, con un enorme lago artificiale nel centro attraversato da bei ponti progettati in vari stili che vanno dal modernissimo all’islamico più tradizionale. Per prima cosa sono andato ai giardini botanici, che non avevo visitato la prima volta che ero venuto a Putrajaya, veramente belli. In un angolo è stato anche ricostruito un palazzo in stile arabo-andaluso. Dopo la passeggiata per il giardino mi sono diretto verso la stupenda moschea Putra con il suo slanciato minareto che si rispecchia nelle acque del lago, passando accanto al maestoso ufficio del Primo Ministro con la sua enorme cupola verde-blu a forma di cipolla. La moschea è stata costruita in uno stile persiano dei secoli tra il sedicesimo e il diciottesimo decorato con piastrelle di granito di color rosa, ed è veramente bella (vedi foto). Dopo una pausa in uno dei caffè di fronte al lago, ho attraversato il ponte Putra, costruito con archi e padiglioni decorativi e ispirato al ponte Khaju di Isfahan, Iran (diciassettesimo secolo), per raggiungere Persiaran Perdana, la via dei ministeri, e prendere l’autobus per la stazione, che ho raggiunto sotto uno dei potenti acquazzoni malesi. Domenica pomeriggio invece sono andato con la mia amica cinese Qun, anche lei interessata al Buddhismo, a visitare uno dei tre tempi buddisti Theravada della capitale, il tempio singalese di Sri Jayanti. Degli atri due uno è tailandese (quello vicino a casa mia) e l’altro pure singalese, ubicato nel quartiere indiano di Brickfields, a due passi dalla stazione centrale (tutti gli altri templi di Kuala Lumpur sono cinesi della scuola Mahayana).

Questo che ho visitato domenica invece si trova a nordest rispetto a dove abito, nel quartiere di Sentul, un’altra zona ad alta densità di popolazione indiana, cosa che si percepisce anche dalla presenza di vari templi induisti. Il tempio di Sri Jayanti non è grande, ma è affascinante: da una parte del recinto interno c’è una cappella circolare nel cui centro si trova un albero sotto il quale siede un buddha di pietra. Attorno a questa parte centrale c’è un corridoio circolare accanto al quale si trovano decine di statue diverse più piccole del Buddha e, diametralmente opposto all’ampia entrata ad arco, una grossa finestra con un mosaico della vita del saggio indiano. Ma è il tempio vero e proprio ad impressionare: giallo e bianco circondato da colonne, con uno stupa in cima e bassorilievi attorno che raccontano la vita del fondatore del Buddhismo. All’interno invece, ad un lato dello spazio quadrato (i templi dello Sri Lanka sono a sezione quadrata, mentre quelli tailandesi sono a sezione rettangolare), si erge un’enorme Buddha di marmo bianco in postura meditativa alto circa quattro metri, impressionante, bellissimo. Credo il Buddha più grande che si trovi a Kuala Lumpur. Tanto per cambiare comincia a piovere a dirotto e non ci resta che aspettare nella tranquillità del tempio finché non smette, e poi torniamo alla stazione della sopraelevata per tornarcene a casa, contenti di aver osservato un altro aspetto della spiritualità di questo Paese.

 

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