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Giovedì 14 dicembre 2017
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Home Rubriche Aresini nel mondo La Malesia di Paolo - Episodio 27

La Malesia di Paolo - Episodio 27

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In questo e nei prossimi due appuntamenti Paolo ci parlerà del Myanmar, la vecchia Birmania, che ha visitato per qualche giorno approfittando di una pausa all'università dove lavora. Il Myanmar è tristemente famoso per la feroce dittatura e per la figura di Aung San Suu Kyi, insignita nel 1991 del Nobel per la Pace. Il Myanmar è però anche molto altro e Paolo ce lo racconta.

Kuala Lumpur, 17 novembre 2011 - Mentre l’antico nome di Birmania suona fortemente ad Asia ed avventura, il nome che questo Paese ha assunto dal 1989, Myanmar, probabilmente non dirà molto alla maggior parte dei lettori, o al limite richiamerà alla mente immagini di dittatura o la figura di Aung San Suu Kyi, la famosa leader dell’opposizione che per il suo atteggiamento critico nei confronti del regime, ha passato buona parte della sua vita in prigione o agli arresti domiciliari. Il Myanmar è certamente questo, una dittatura feroce, ma è anche molto più di questo: un Paese interessantissimo pieno di bella gente dolce ed onesta. Un Paese la cui religione dominante, il Buddhismo, lo ha arricchito di una cultura di pace e tolleranza, e di alcuni tra i monumenti più belli del Sud-est asiatico. Un Paese povero ma che conserva una cultura tradizionale ricchissima, ancora poco contaminata da quella occidentale, sempre più aggressiva e prevaricante.

La scorsa settimana, da venerdì alla domenica successiva, approfittando della settimana di vacanza di mezzo semestre, felice istituzione di origine britannica, ho finalmente avuto l’opportunità di visitare questo Paese che da tanto tempo volevo vedere. Avevo già visto e biglietto pronti per andarci all’inizio di settembre, prima di cominciare il semestre all’Università, ma poi mio malgrado avevo dovuto posticipare il tutto a causa di un dolorosissimo calcolo renale di cui ho già raccontato. Ma finalmente venerdì 4 era arrivato il momento di partirmene alla volta di questo misterioso Paese incuneato tra India e Bangladesh da una parte, e Cina, Laos e Thailandia dall’altra. Arrivo a Yangon, ex Rangoon, il tardo pomeriggio, dopo un volo di poco più di due ore da Kuala Lumpur. Prima cosa curiosa: l’ora locale è un’ora e mezza indietro rispetto alla Malesia (e cinque ore e mezzo avanti rispetto all’Italia). E, nel taxi che mi porta nel piccolo albergo del centro consigliatomi dalla mia fedele guida, mi rendo conto di trovarmi di nuovo nel Sud-est asiatico più tipico, quello affascinantissimo che avevo già osservato a Giava o in Cambogia: automobili scalcinate, autobus, camion e pick-up adibiti al trasporto di persone che arrivano da tutte le parti, che si superano e si schivano a destra e a sinistra, gente in mezzo alla strada che cerca di attraversare e che i veicoli schivano a loro volta, biciclette, risciò dappertutto...

A Yangon mancano solo i motorini, proibiti dal governo, che però ritroverò a Mandalay, e i carri trainati da buoi, comunissimi in campagna. E la maggior parte dei birmani che vedo per strada portano longyi invece dei pantaloni, una specie di lunga gonna tradizionale allacciata davanti per gli uomini e di fianco per le donne, e alcune donne hanno il viso coperto da disegni tracciati con la thanaka, una crema gialla a base di corteccia d’albero macinata. Incredibile, due sole ore di volo e una tale differenza rispetto alla Malesia più occidentalizzata che mi sono lasciato alle spalle... lo sbalzo è simile a quello che avevo provato arrivando con il traghetto in Marocco dalla Spagna, o in Tunisia dalla Sicilia... Prendo una piccola stanza per nove dollari (la valuta americana affianca quella locale, il kyat, 70 kyat circa per un dollaro), dalla cui finestra brilla in lontananza il gigantesco stupa ricoperto d’oro della Shwedagon Paya, e, dopo avere provato inutilmente a mandare un paio di messaggi col mio cellulare (non c’è roaming in Myanmar e Internet è esasperatamente lento), scendo finalmente in strada per respirare da vicino l’aria di questa esotica città. Le strade sono piene di gente, di negozi, e di bancarelle e tavolini sui marciapiedi sgangherati che vendono di tutto, dall’acqua fresca al betel, quello che rende rossi denti e saliva, diffuso in molte zone dell’Asia meridionale. Si tratta della noce di Areca, una cui fettina viene avvolta in una foglia della pianta di betel su cui è stata data una spolveratina di calce; il tutto viene poi tenuto in bocca e man mano che si ammorbidisce viene masticato e mandato giù... pare che faccia bene alla digestione, che abbia delle proprietà antisettiche e che sia anche leggermente eccitante.

Raggiungo poi il quartiere indiano per cenare facendomi una chiacchierata con un macchinista pachistano la cui nave fa spola tra India e Myanmar. La mattina seguente, dopo una sostanziosa colazione, mi dirigo a piedi verso la pagoda di Shwedagon, il tempio buddista più importante del Paese, due chilometri circa verso nord, eretto su una collina che lo rende visibile da qualsiasi parte della città. Lo stupa che forma la sua parte centrale, che appare come una gigantesca campana alta 99 metri dalla base e vecchia di duemilacinquecento anni, è infatti interamente coperto di qualcosa come 53 tonnellate di oro, che lo fanno splendere alla luce del sole o dei riflettori la notte. Dopo aver acquistato il biglietto e toltomi le scarpe (in qualsiasi edificio buddista del Myanmar bisogna entrare scalzi), raggiungo il recinto principale del grosso tempio e rimango senza fiato: attorno all’enorme stupa si trovano decine di templi ed edifici religiosi, uno più magnifico dell’altro, e decine, centinaia di Buddha di tutte le dimensioni mi osservano da ogni angolo (vedi foto). E dappertutto birmani laici e monaci con la testa rapata ed il saio arancione che pregano davanti ai Buddha, o meditano ... o mangiano, o dormono! Sì, perché i templi del Sud-est asiatico (come d’altronde le moschee) sono sì luogo di preghiera e raccoglimento, ma anche ritrovo sociale, o posto dove semplicemente rilassarsi. Che differenza con le nostre chiese! Rimango ad ammirare questa incredibile architettura e questa gente gentile per un paio d’ore, e poi mi rimetto in cammino per tornare all’albergo. Il resto della giornata lo passo girando per il centro ad osservare i vecchi edifici coloniali costruiti dagli inglesi, molti dei quali sono mezzo in rovina. La mattina dopo decido di farmi una lunga passeggiata verso il fiume Yangon, poi il pomeriggio prendo un taxi assieme ad una coppia di austriaci e ad una ragazza giapponese residenti nello stesso mio albergo per raggiungere la stazione delle corriere. Alle sei di sera parte infatti il pullman per la mia prossima attesissima destinazione: la mitica Bagan!

 

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