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Venerdì 20 ottobre 2017
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Home Rubriche Aresini nel mondo La Malesia di Paolo - Episodio 28

La Malesia di Paolo - Episodio 28

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Ecco la seconda puntata del viaggio di Paolo in Birmania, alla scoperta di una realtà che per noi occidentali si perde nella notte dei tempi.

Kuala Lumpur,  24 novembre 2011 - Domenica 6 alle 18 parto dalla stazione delle corriere di Yangon. Destinazione: Bagan, il cuore del Buddhismo birmano. Seduto accanto a me c’è Hlaing, un gentilissimo piccolo imprenditore, minuto, con i denti più bianchi e regolari che abbia mai visto, che a Bagan è stato invitato per il matrimonio del figlio di un suo caro amico assieme alla madre e alla nipote sedute nei sedili di fronte ai nostri. Sta già cominciando a fare buio quando usciamo da Yangon, e attorno a noi c’è solo aperta campagna, alberi vari, palme, ed ogni tanto qualche povera casetta di legno e fibre vegetali su palafitta, simili a quelle osservate l’anno prima in Laos lungo la strada che congiunge Vientiane a Luang Prabang. Arrivata notte, la luna quasi piena nel cielo illumina un paesaggio ancestrale, simile, immagino, a come doveva essere in Europa qualche secolo fa, buio, senza luci artificiali per chilometri e chilometri. Ogni tanto dall’oscurità sorgono le ombre di altre casette di legno, di piccoli villaggi lungo la strada, e ogni tanto si intravede una luce fioca aleggiare attraverso una finestra, forse una lampada a olio

A un certo punto ci si ferma al lato della strada per fare pipì nei campi, ed il cielo sopra di noi è terso, trapuntato da centinaia di stelle. È veramente come aver fatto un viaggio indietro nel tempo, in un’epoca lontana in cui la notte era veramente notte, in cui l’uomo era ancora piccolo rispetto alla natura che lo circondava, e la rispettava. Dieci ore circa dopo la partenza, verso le quattro del mattino, arriviamo ad uno dei villaggi che costeggiano l’enorme zona archeologica di Bagan: Nyuang U, piccolo centro adagiato sulle rive del maestoso fiume Irrawaddy, nato nell’Himalaya, che scorre accanto a Mandalay e Bagan prima di disperdersi nelle acque del Mar delle Andamane. Scendo all’inizio del paese seguendo Hlaing che mi accompagna fino alla pensioncina dove intendo fermarmi, che si trova vicino alla casa del suo amico, mentre di fianco ci passano carretti trainati da cavalli. Mi alzo all’ora di pranzo dopo un lungo sonno ristoratore: la notte la temperatura scende abbastanza, a differenza di Yangon, e si dorme benissimo. Esco a farmi due passi: il cielo è azzurrissimo solcato da bei nuvoloni bianchi, e per le strade qui passano anche motorini, oltre a qualche macchina, autobus e camion, e alle onnipresenti biciclette. La maggior parte delle case lungo la strada sono di cemento a due piani, ma le case che si trovano lungo le traverse sterrate e polverose sono simili a quelle intraviste lungo la strada: di legno e fibre vegetali, piene di gente affabile  in longyi e con il viso coperto di thanaka.

Pranzo in un ristorantino aperto sulla strada e poi vado a noleggiare una bici per cominciare ad esplorare  i templi attorno alla vecchia Bagan, che si trova a circa quattro chilometri più a sudovest. Appena uscito dal paese, la meraviglia si dischiude davanti ai miei occhi, dovunque diriga il mio sguardo, a destra e a sinistra della strada, si ergono templi antichi di quasi mille anni, piccoli e grandi, in mezzo al verde della campagna. Mi immetto in una stradina sterrata alla mia destra per cercare di raggiungere la sponda dell’Irrawaddy, e finisco in un piccolo monastero buddista, un’oasi di pace affacciata sull’ampio fiume, dove un giovane monaco mi invita nel tempio e mi presenta al suo anziano maestro, poi mi offre una banana da mangiare, colta da una palma che cresce lì vicino. Un po’ più avanti visito il mio primo tempio di fianco alla strada, dopodiché proseguo verso la vecchia Bagan, attraverso l’antica muraglia e arrivo al secondo dei vari templi che visiterò durante i due giorni del mio soggiorno. La maggior parte di questi templi hanno il tetto a piramide e quattro entrate in corrispondenza dei quattro punti cardinali, all’interno di ognuna delle quali si trova una statua del Buddha, a volte seduto in meditazione, a volte in piedi. Le sale dove si trovano questi Buddha sono collegate tra loro da corridoi interni che spesso contengono altre statue più piccole dell’Illuminato. Che effetto mi fa camminare scalzo per quei monumenti così antichi, così carichi di storia e di spiritualità. Poco prima che il sole tramonti arrivo alla pagoda di Shwe San Daw, le cui terrazze più alte sono già affollate di turisti, particolarmente di comitive (anche di italiani), pronti con i loro obiettivi ad immortalare dall’alto  i templi di Bagan e l’Irrawaddy illuminati dagli ultimi raggi del sole (vedi foto). Ed effettivamente tutti quei monumenti di mattoni rossi (ci sono più di 4.000 templi a Bagan), resi ancora più rossi dal sole, in mezzo al verde fino a dove giunge lo sguardo sono uno spettacolo fantastico.

Certo, sarebbe stata un’altra cosa essere lì da soli, ma in generale se si evita di visitare i templi quando c’è parcheggiato fuori un autobus turistico, non ci sono poi molti turisti in giro, a differenza di Angkor Wat in Cambogia la cui zona archeologica pullula di turisti e di venditori di souvenir. La sera, ritornato alla pensione, scopro che Marcus, Ursula e Manami, la coppia austriaca e la ragazza giapponese che avevano viaggiato nel mio autobus da Yangon, sono anche loro alloggiati nel mio albergo, dato che la pensione in cui volevano prendere alloggio quella mattina era già al completo. Ho tempo per rinfrescarmi e rilassarmi, e poi alle 7,30 viene a prendermi Hlaing assieme al suo amico per portarmi a cenare fuori, un‘ottima cena birmana a base di riso, curry, verdure e pesce. La mattina dopo Hlaing porta me, Marcus, Ursula e Manami a visitare un tempio sotterraneo non molto distante dal paese, poi io mi faccio un giro per i colori ed i profumi del grande mercato all’aperto, ed infine riprendo la bici che ho a noleggio per ridirigermi verso la vecchia Bagan per continuare la mia visita. Passo un lungo pomeriggio fantastico, pedalando per quelle stradine sotto quel cielo azzurro e fermandomi ogni tanto a visitare qualche tempio, il più bello dei quali è senza dubbio il tempio di Ananda, terminato nel 1105. Tra l’altro ci arrivo nel momento migliore, all’ora di pranzo, quando non c’è praticamente nessuno. Che bellezza, maestoso, 52 metri di altezza compresa la guglia ricoperta d’oro, e all’interno quattro enormi Buddha in piedi anch’essi ricoperti d’oro, che da nove secoli sorridono dall’alto ai fedeli che li visitano, di fronte agli altari ornati di fiori e lucine.

Quella sera, l’ultima a Bagan, ceno con i miei nuovi amici austro-giapponesi in un bel ristorante all’aperto accanto ad un piccolo tempio illuminato, che include un teatrino di marionette tradizionali che ci intrattengono durante la cena. La mattina dopo alle nove parte il mio autobus per Mandalay, un autobus locale questa volta, senza aria condizionata, in cui sono l’unico straniero. Ursula e Marcus rimarranno, beati loro, a Bagan per un altro paio di giorni, mentre Manami era già partita quella stessa mattina prestissimo per il lago di Inle, un’altra delle bellezze di questo Paese che purtroppo questa volta mi dovrò perdere.

 

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