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Giovedì 24 agosto 2017
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Home Rubriche Aresini nel mondo La Malesia di Paolo - Episodio 29

La Malesia di Paolo - Episodio 29

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Con questa terza parte, prosegue la gita fuori porta di Paolo in Birmania, che si concluderà con il prossimo articolo.

Kuala Lumpur, 01 dicembre 2011 - Lasciataci alle spalle Nyaung U, il primo tratto della strada per Mandalay è così stretto che ogni volta che incrociamo un altro veicolo la parte destra dell’autobus finisce fuori strada; ogni tanto poi l’asfalto sparisce e dobbiamo attraversare tratti di strada sterrati. Più avanti la strada migliora, ma buona parte del tempo viaggiamo contromano per superare biciclette, carretti trainati da buoi, greggi di pecore, mucche, moto o altri veicoli più grossi. Ogni tanto schiviamo qualche persona che sta attraversando la strada, magari le tipiche donne che portano il proprio fardello in equilibrio sulla testa (come faceva mia nonna lucana 9.000 chilometri più a ovest), o un cane che vi era disteso che si solleva tranquillamente  e si sposta pacifico trenta secondi prima dell’impatto, evitando di un pelo di essere investito. Che flemma, io invece sudo ogni volta! Sette ore circa più tardi arriviamo alla stazione delle corriere di Mandalay, e da lì con un taxi raggiungo il centro città dove trovo una stanza in un alberghetto cinese.

Il tempo di lasciare le mie cose e di rinfrescarmi, e sono di nuovo in strada per esplorare un po’ la zona attorno prima che tramonti il sole. Mi accorgo subito che Mandalay è parecchio diversa da Yangon, un po’ meno curata. Il traffico è anche un po’ più caotico, da una parte perché qui le moto possono circolare, dall’altra perché ci sono pochissimi semafori e nessuna rotonda o stop: negli incroci si immettono contemporaneamente tutti i veicoli schivandosi vicendevolmente con destrezza. Alcune strade secondarie poi sono sterrate, come quelle a cui giungo dopo una camminata di quasi mezz’ora in direzione del fiume Irrawaddy, stradine strette su cui si affacciano povere casette di legno davanti alle quali la gente siede, gioca, chiacchiera, cucina o mangia. E nonostante la povertà, la gente è affabile e la diverte veder passare questo straniero che sono io che li saluta in una delle due frasi in birmano che ho imparato: ‘minglabà’, ‘ciao’! (l’altra è ‘cezubè’, ‘grazie’). I bambini poi sono sempre curiosissimi quando vedono passare un occidentale, mi osservano e molti mi sorridono stentando un ‘hello’ in inglese. In Myanmar non ci sono bancomat, e tutti sanno che gli stranieri si portanto dietro i dollari di cui hanno bisogno, eppure non so se ci sia un posto più sicuro, anche nell’oscurità della notte. Se a Yangon infatti l’illuminazione pubblica è piuttosto fioca, qui è praticamente assente, e la luce arriva solo dalle case private e dai negozi ai lati della strada.

La mattina dopo ho in programma di andare a visitare il tempio buddista più famoso di Mandalay, il Mahamuni Paya, che trovo pieno zeppo di fedeli che celebrano il festival del plenilunio. Dopodiché mi dirigo sempre a piedi verso il monastero di Shwe In Bin Kyaung, una lunga camminata lungo altre strade secondarie sterrate adombrate da grossi alberi. Il monastero però merita, con il suo tempio centrale su palafitte tutto di legno. Dal monastero decido di provare a raggiungere il fiume, un’altra lunga camminata sotto il sole che diventa sempre più caldo. Fatta una pausa presso un chioschetto dove mi sono comprato una bibita, la padrona del quale tira fuori uno sgabello di plastica per farmi sedere, arrivo finalmente alla sponda dell’ampio fiume, dove si vedono donne fare il bucato, qualche catorcio di battello, i conducenti di risciò a pedali appisolati all’ombra dei grossi alberi. E sulla sponda opposta del fiume ci sono solo alcune baracche, vegetazione sparsa e null’altro, fino alle montagne all’orizzonte. È oramai mezzogiorno, io sono esausto, zuppo di sudore, e decido di farmi dare un passaggio in moto a pagamento fino al mio albergo. Dopo essermi riposato un po’, più tardi decido di noleggiare una bici dato che le distanze sono maggiori di quanto pensassi, e non ho l’energia di arrivare a piedi ai templi che voglio visitare. Arrivo allo stradone che si snoda attorno al lungo fossato del Palazzo di Mandalay, ricostruito dopo essere stato distrutto dagli inglesi e giapponesi durante l’ultimo conflitto mondiale (vedi foto), e vi pedalo per una ventina di minuti prima di raggiungere il tempio di Kuthodaw, famoso per le sue 729 grosse tavole con su inciso il Tripitaka, il canone sacro buddhista. Ogni tavola è albergata in una sua ‘cappella’, il che da lontano fa sembrare il recinto del tempio un grosso cimitero monumentale.

Proprio accanto visito anche il tempio di Sandamani, anch’esso in maniera simile circondato da cappelle con dentro tavole degli stessi volumi sacri. Dopodiché reinforco la mia bici e mi dirigo un po’ più a nord verso la collina di Mandalay, in cima alla quale si trovano templi e cappelle, con vari Buddha tra cui uno enorme in piedi. Per arrivare in alto bisogna salire rigorosamente scalzi una lunga scalinata che permette di superare il dislivello di 230 metri fino alla cima. Mi faccio stoicamente tutta la salita a piedi nudi e la mia ricompensa sono oltre ai soliti bei Buddha una vista magnifica della città, della pianura attorno a Mandalay e delle montagne all’orizzonte. Per il giorno dopo è prevista invece un’escursione in moto attorno a Mandalay, per andare a visitare tre delle antiche città della regione. L’escursione me l’ha offerta un piccolissimo ‘operatore’ turistico locale, cioè un ragazzo di etnia indiana che cerca di sbarcare il lunario portando in giro con la motoretta che ha a noleggio i turisti indipendenti come me. Non è la prima volta che mi faccio dei giri turistici seduto sulla parte posteriore del sellino di una di queste guide improvvisate, e ne sono sempre stato contento. Un’opportunità economica di conoscere la campagna ed i suoi monumenti attorno ad una città quando non si ha un mezzo proprio. L’ho già fatto a Sumatra, nella natura strabiliante della regione di cultura minangkabau attorno a Bukit Tinggi; in Cambogia, nella zona attorno a Battambang, a sud del lago Tonlé Sap, con i suoi antichi templi indù ed i macabri resti delle vittime dei Khmer Rouge; e a Dalat, tra le montagne a nord di Saigon in Vietnam.

 

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