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Anoressia, quando il web incoraggia

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05 dicembre 2013 - Ultimamente sono parecchio presa col lavoro e l’organizzazione delle attività mirate al benessere psicologico. Ciò nonostante, in questi giorni mi sono divertita a fare l’”internauta” e a girare nel cyber spazio dove, purtroppo, mi sono imbattuta in blog e siti che hanno destato in me un sentimento di tristezza e grigiore interiore. Si tratta di siti che incitano allo sviluppo e al mantenimento di problematiche importanti (tipo quelle alimentari), qui intese come “filosofie” o “stili di vita” da seguire. Alcuni di questi inneggiano all’anoressia e sono detti, appunto, pro-ana. Ana viene considerata come il “Nome” dell’Anoressia, o meglio, della Dea Ana (Anoressia) che va venerata e seguita per sentirsi belli nella propria pelle-e-ossa. Non mi sono scandalizzata, anzi. Trovo sensato che persone con stessi valori e idee si cerchino e diano vita a spazi ove poter condividere opinioni, pensieri e stati d’animo seppur dai più demonizzati. Piuttosto mi sono dispiaciuta molto, cogliendo in quelle righe “spietate” un mucchio di severità verso se stessi, così poca indulgenza e accettazione.

L’autostima sembra un miraggio irraggiungibile che cede il posto alla determinazione, forte e costante sì, ma che guida la persona nella direzione opposta a quella del miraggio. Ho scorto tanti divieti: non essere sana, non crescere (neppure fisicamente), non essere donna (uno tra gli indicatori dell’anoressia nelle ragazze, è l’assenza di mestruazioni), non essere come gli altri, non sentire (la fame, le emozioni, i segnali del corpo). E, di conseguenza, tante spinte quali: sii forte (e continua su questa strada), sforzati (di non mangiare), sii perfetto, sii invisibile, resta piccolo.

E la cosa più desolante di tutte è che (oso dire, ovviamente) le persone che incoraggiano condotte anoressiche, non sono consapevoli del disagio che vivono e del fatto che esistono altre strade per sentirsi bene con se stessi, oltre che la costruzione di un mondo “di pelle”, costellato di deprivazioni, in cui rifugiarsi. Secondo Voi perché, anziché prendere coscienza del loro stato e scegliere di aiutarsi/farsi aiutare, si mantengono nella situazione di disagio che arrivano perfino a venerare? Cosa si cela dietro “all’essere magri a tutti i costi?”. Senso di colpa? Autopunizione? Stereotipi sbagliati dati dalla società? Difficoltà relazionali?

Sarebbe bello sentire, in merito, la “voce” dei diretti interessati, per un confronto che tenga conto di entrambe le “campane”.Si prega di rispondere esprimendo un parere rispettoso del pensiero e dei vissuti altrui, anche se non condiviso. Grazie.

Dott.ssa Valentina Giannella

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