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L'esperienza del quarto anno di liceo all'estero

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02 marzo 2017 - Sono ormai sempre più frequenti gli scambi interculturali tra gli studenti delle scuole superiori dai 15 ai 17 anni: solo negli ultimi tre anni abbiamo infatti assistito ad un aumento del 55 per cento dei giovani che studiano all’estero, e Arese ne è una dimostrazione con la sua moltitudine di ragazzi che fanno questo tipo di scelta. La fuga dunque non riguarda più solo i cervelli che desiderano frequentare un anno universitario all’estero, ma anche quelli che, non ancora diplomati, si mettono alla prova in una delle imprese più ardue della vita.

Allo scopo di realizzare queste aspirazioni lavora la Fondazione Intercultura che da più di 60 anni si rende disponibile per i giovani dell’hinterland milanese che desiderano vivere un’avventura unica e mettersi in gioco all’interno di una realtà completamente diversa. È soprattutto un percorso di tipo formativo ed educativo della persona che porterà all’indipendenza richiedendo un impegno maggiore rispetto a quello preteso da un ordinario anno scolastico. Cina, Stati Uniti, Brasile… la scelta del paese è secondaria, più diversa è la tradizione in cui lo studente si immergerà meglio sarà e il supporto dell’associazione garantirà un soggiorno all’insegna dell’educazione alla mondialità che darà una marcia in più quando, nella realtà lavorativa, ci si dovrà adattare alla molteplicità di cambiamenti e novità.

Ma quali sono le aspettative degli aspiranti e i pareri degli exchange students? Due ragazze che hanno aderito al progetto proposto da Intercultura si sono rese disponibili nel rispondere alle queste domande. “Ho deciso personalmente - dice Francesca - con il supporto dei miei genitori di frequentare il quarto anno all’estero perché sono sempre stata affascinata dalle esperienze vissute e raccontate dai ragazzi di ritorno in Italia. Non si tratta certo di un semplice viaggio, ma di un percorso di maturità che aprirà la mia mente per sempre. Le mie aspettative sono innumerevoli; non tornerò a casa da ragazzina, ma da vera donna dotata di una visione del mondo aperta alla cultura dell’internazionalità”.

Francesca parla anche delle problematiche connesse al frequentare un anno di liceo all’estero: “Sicuramente - spiega la studentessa aresina - i professori non ci incentivano in questa scelta, convinti che vada ad influire sull’andamento scolastico, ma ritengo che l’acquisizione di autonomia potrà solo aiutarmi per iniziare bene il quinto anno e per sfondare poi nel mondo universitario e lavorativo. Confrontarsi con un ambiente completamente diverso dal mio mi darà pure la possibilità di trovare in quest’ultimo i lati migliori che forse fino ad ora non ho ancora scoperto. In particolare mi sono trovata molto bene nell’ambiente di Intercultura poiché mi sono sentita totalmente ‘protetta’, soprattutto grazie al buonissimo lavoro dei volontari”.

Intercultura fa dunque un buon lavoro nell’educare il suo Staff al grande supporto da offrire ai ragazzi in partenza cercando di rendersi ancora più disponibili durante il loro soggiorno all’estero. Su quest’ultimo punto la ragazza sembra essere più che decisa perché vive questa esperienza anche in seconda persona, ovvero in qualità di famiglia ospitante: “Posso confermare - dice Francesca - la loro professionalità. Sto attualmente ospitando infatti una ragazza turca che può sempre appoggiarsi all’associazione nel momento in cui il nostro supporto non esaurisce le sue necessità. Ormai è una sorella per me e voglio per lei il meglio”.

Ed ecco che appare un nuovo elemento da affrontare. Vivere l’esperienza da famiglia ospitante costituisce un’alternativa nell’incontro con la diversità se catapultarsi dall’altra parte del mondo sembra una decisione troppo estrema. Accogliere uno studente straniero nella propria famiglia non significa solo offrire a lui/lei un’opportunità di crescita, ma anche dare la possibilità a tutti i membri di fare un viaggio alla scoperta dell’individualità delle tradizioni italiane e del proprio stile di vita: sta dunque all’ospitante prendersi la responsabilità di fornire un’immagine reale del nostro Paese. Sentirsi parte di una nuova famiglia è forse il bisogno più grande che un ragazzo lontano migliaia di chilometri dalla propria casa ha, ed è quindi necessario essere curiosi, tolleranti ed accoglienti.

La seconda scelta per l’intervista è stata proprio Sanem, la quindicenne ospitata dalla famiglia di Francesca. “Sono stata fortunata - racconta Sanem - perché ho scelto la migliore associazione che mi ha consegnato ad una famiglia che è subito entrata nel mio cuore. Studiare qui non significa solo imparare bene l’italiano, che richiede mesi di faticoso apprendimento, ma essere consapevoli di affrontare una nuova vita. Le difficoltà sono tante, dover arrangiarsi con una lingua completamente diversa dalla mia è stato molto difficile e sopportare la lontananza dalla mia famiglia lo è stato ancor di più, ma ne vale la pena per scoprire i cambiamenti che rimarranno di sicuro indelebili sulla mia persona. Ho tutto l’aiuto che desidero, la famiglia dei sogni e degli amici straordinari. L’Italia è ormai nel mio cuore e sono grata a coloro che me l’hanno fatta conoscere rendendola così bella. E poi, anche se sembra troppo prevedibile detto da una straniera, ma è la realtà, la cucina italiana è fantastica!”.

Servizio di Silvia Genoni e Beatrice Bedin

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