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Chiara: "La mia esperienza di studio all'estero"

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10 marzo 2017 - Aumenta di anno in anno il numero di intraprendenti giovani, tra i quali molti aresini, che decidono di lasciare il loro paese per trascorrere qualche settimana, alcuni mesi o addirittura un intero anno all’estero. Nel precedente articolo (clicca qui) abbiamo scoperto come la Fondazione Intercultura si rende disponibile nel realizzare le aspirazioni di questi ragazzi e ascoltato la testimonianza di due adolescenti che hanno aderito al progetto e ci hanno rese partecipi di ciò che erano e sono i loro pareri. Ma quali sono le difficoltà, i cambiamenti e le soddisfazioni che un'esperienza del genere comporta?

Chiara, studentessa di Arese che ha trascorso il quarto anno di liceo all’estero, si è resa disponibile per rispondere a queste domande raccontandoci la sua avventura. “Pensavo - racconta la studentessa aresina - fosse tutto facile quando sono partita, l’idea di trascorrere un anno negli Stati Uniti mi entusiasmava! Poi però sono arrivata in questo paesino sperduto, in una famiglia completamente diversa dalla mia. Ho dovuto gestire i miei problemi da sola, il fatto di non conoscere molto bene la lingua, di dover arrangiarmi in tutto e per tutto e organizzare tutte le mie giornate in autonomia. Durante il tempo libero tendevo a chiudermi in camera, reduce del mio carattere introverso, quindi la difficoltà è stata soprattutto psicologica, di solitudine all'inizio”.

Questa situazione ha apportato diversi cambiamenti del suo carattere e della sua personalità: “Pian piano - prosegue Chiara - sono riuscita a superare queste difficoltà che sembravano insormontabili. Ciò mi ha dato molto coraggio, mi sono resa conto che con la forza di volontà si supera tutto, mi sento più grande, più adulta e più matura per affrontare le difficoltà che mi si presentano giornalmente. Chi torna dopo un un’esperienza simile nella quale sei spinto a non dare importanza a quello che gli altri pensano e a metterti in gioco è necessariamente maturato. E sicuramente questa crescita non resta all’estero, ma torna a casa con te, tutti gli ostacoli che prima di partire ti sembravano insormontabili appaiono ora più irrilevanti, di minore importanza.”

Tornata in patria, Chiara non trova cambiato solo il suo modo di affrontare i problemi e più in generale la vita, ma anche il modo di fare amicizie e porsi agli altri: “Per quanto riguarda i rapporti - spiega la studentessa aresina - ovviamente sei più aperta, hai avuto così tante possibilità di sperimentare nuovi modi per conoscere persone che poi quando torni diventi proprio brava a fare amicizia. Inoltre là sei in un posto nuovo, nessuno ti conosce, puoi presentarti come preferisci e quando torni hai la possibilità di riproporti anche con tutti gli altri come la persona che hai deciso di essere”.

Alle nostre domande, rifaresti questa esperienza?, ti è dispiaciuto lasciare tutto a casa?, ti sei persa qualcosa?, Chiara risponde subito e con decisione: “Rifarei questa esperienza altre mille volte nonostante sia stato molto difficile all’inizio, è una di quelle cose in cui ci si deve buttare senza pensarci troppo e se ti sembra di non essere pronto non ti preoccupare perché in fondo lo sei. Probabilmente mi sarei annoiata a casa anche perché qua le cose sono sempre le stesse, vanno avanti lentamente, e un anno passa in un secondo quindi non è che perdi granché. Sono proprio avventure che ti tieni nel cuore per tutta la vita, quindi ne vale la pena”.

Ci siamo anche chieste se non fosse più semplice intraprendere questa esperienza in un momento successivo alle scuole superiori e Chiara ci ha giustamente fatto notare che “se fai questa scelta quando sei grande in un certo senso è più facile. Prima di tutto non alloggi in famiglia, ma in un campus universitario che non implica le stesse difficoltà e gli stessi risultati per quel che riguarda la lingua e le tradizioni di una full immersion nella cultura straniera. Anche dal punto di vista formativo non è come farlo quando si ha diciassette anni: a quell’età si è più malleabili e quindi l’esperienza ti segna maggiormente, si cresce di più e si soffre di più ma si sa, si diventa adulti veramente quando si soffre e quella sofferenza che hai nei primi tempi viene ripagata poi negli ultimi quando ti diverti, quando hai i tuoi amici e hai imparato a pensare e a parlare con la mentalità della gente con cui hai vissuto, cosa che magari non ottieni quando vivi in un campus universitario”.

In conclusione Chiara ci lascia con queste parole di incoraggiamento: “Non bisogna spaventarsi di quanto possa essere diversa la realtà in cui ti immergerai rispetto alla tua e anzi, secondo me più particolare è la situazione in cui vivrai, più bella sarà la sfida. A tutti coloro che hanno paura di partire, non abbiate timore. Chi vorrebbe abbandonare la famiglia, gli amici e andare in un posto da solo per un anno, in un luogo in cui non parli neanche la tua lingua e sei completamente perso in una cultura diversa?! Ma alla fine di tutto, quando ti sarai ambientato e ti sarai creato il tuo spazio, ti sentirai forte, invincibile”.

Servizio di Silvia Genoni e Beatrice Bedin

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